venerdì 4 aprile 2008

Miseria dello sviluppo di Piero Bevilacqua


"Lo sviluppo, la corsa al conseguimento di sempre più alti standard di vita attraverso sempre più elevati livelli di produzione e di consumo di beni materiali e servizi, è finito. L'insieme dei processi economici e sociali che nell'ultimo mezzo secolo ha moltiplicato i redditi individuali dei cittadini dell'Occidente, accresciuto il loro benessere materiale, innalzato il loro orizzonte culturale, esteso gli spazi di libertà e rafforzato la loro partecipazione democratica, si è concluso. Una grande pagina della storia recente del mondo è giunta a termine. Certo, il possente motore economico che ha generato e sostenuto la corsa allo sviluppo lavora ancora a pieno ritmo, così come la rutilante campagna ideologica che, sin dall'inizio, ne fiancheggia l'opera. Tuttavia, alcuni meccanismi fondamentali si sono irrimediabilmente inceppati. Crescita economica e benessere si vanno divaricando. E innanzitutto si è dissolto, almeno in Occidente, il segreto stesso dell'immenso successo che sta alla base dello sviluppo: l'idea che la perenne aspirazione umana a migliorare la propria condizione potesse essere catturata definitivamente nella ricerca senza fine di ricchezza materiale. [...] Non solo. Lo sviluppo, nella sua straordinaria creatività, si è mostrato capace di generare, nelle stesse società ricche, nuove forme di povertà, marginalità, degradazione ambientale, insicurezze, abissi di iniquità. La fine dello sviluppo si viene consumando in una dimensione infinitamente ampia e si irraggia in una straordinaria varietà di fenomeni. L'intero edificio dell'economia dello sviluppo è stato costruito su una doppia finzione: la pretesa eternità dei fenomeni sociali, la supposta infinità della natura. Tutto è stato pensato e immaginato al di fuori del tempo e dello spazio. [...] E tuttavia, chi può negare che i fatti sociali si svolgono nel tempo, posseggono una efficacia che muta, affidata a una durata? Pressoché mai la distruzione di risorse, di ricchezze naturali, l'inquinamento ambientale, le malattie e il dolore delle persone vengono intravisti nella loro dimensione futura, nei loro effetti differiti nel tempo. A questo riguardo, almeno di sfuggita, va rammentata la posizione in cui si è posta la nostra generazione: siamo diventati i predoni del tempo degli uomini e delle donne che verranno dopo di noi. Nessuno può oggi prevedere quanto potranno durare i depositi che custodiscono le scorie radioattive delle centrali atomiche, con tempi di degradazione misurabili in millenni, stoccati nell'ultimo mezzo secolo in vari siti del pianeta. Abbiamo nascosto sottoterra i nostri rifiuti di morte e li abbiamo lasciati ai nostri discendenti. In pochi decenni ipotechiamo millenni di avvenire all'umanità che verrà. [...] La speranza, dunque, di un futuro migliore che dava slancio alle società occidentali uscite dalle miserie della seconda guerra mondiale - in buona parte, peraltro realizzata - si è oggi trasformata in una vacua teleologia dell'oltranza. La fiduciosa convinzione di Kant che l'umanità fosse 'in costante progresso verso il meglio' è diventata una superstizione di massa. Non a caso una mente appassionata e acuta come quella di Norberto Bobbio - nel saggio Riformismo, socialismo, uguaglianza - si è spinta, anni fa, a chiedersi: 'E se fosse invece in costante regresso verso il peggio?'. Un dubbio salvifico, forse il solo che può liberare il pensiero dal suo presente grigiore funzionariale. Ma è una domanda che aleggia poco intorno a noi. E poiché fa parte dell'intelligenza di un'epoca comprendere per tempo quando la storia muta il suo corso, gran parte dei problemi presenti derivano dal fatto che la nostra non l'ha ancora compreso. Ben più ampi e rilevanti sono stati gli esiti e gli effetti della cancellazione dell'altra dimensione in cui è prosperato lo sviluppo: lo spazio. E per spazio intendiamo la natura, la realtà fisica, il mondo vivente. Tale rimozione, anzi, costituisce il cuore di uno dei più giganteschi paradossi dell'età contemporanea. E' davvero stupefacente constatare come l'economia, il sapere tecnico scientifico, che ha signoreggiato tutti gli altri saperi, che ha avuto ricadute più drammatiche su tutto ciò che ci circonda, il motore primo che trasforma ogni cosa, sia fondata su una cultura naturalistica, su una comprensione assolutamente nulla dei legami che governano la Terra. Più precisamente, è fondata sulla cancellazione del mondo fisico. Certo, non è tutto opera dello sviluppo delle ideologie recenti che lo accompagnano. Siamo di fronte agli esiti ultimi di una cancellazione culturale che ha avuto bisogno di alcuni secoli per affermarsi. Oggi conosciamo i passaggi, le elaborazioni dottrinali, i percorsi culturali attraverso cui, da Aristotele a Marx, il pensiero teorico ha separato i processi di produzione della ricchezza dal mondo fisico, dalla realtà vivente. [...] Il paradosso in realtà si fa gigantesco negli ultimi decenni: allorché la potenza dei processi economici reali incide così gravemente su tutta la biosfera e il pensiero economico dominante che l'ispira ha, nel frattempo, definitivamente perduto ogni ancoraggio con la Terra. Ed è davvero di grande significato che la teoria economica, dopo averla così gravemente compromessa con la sua radicale rimozione, abbia scoperto la natura e la sua vulnerabilità coniando in tempi recenti il concetto di esternalità negativa. Il mondo vivente - viene finalmente riconosciuto - è danneggiato dalle attività produttive: un fenomeno che costituisce una perdita effettiva, conteggiabile in termini di costi aziendali. Così la natura e il suo valore diventano finalmente visibili e valutabili perché rientrano nella logica e nel calcolo economico. E per questa via, dunque, essa viene considerata, protetta e valorizzata." (da Piero Bevilacqua, Quanto costa la crescita senza limiti, "La Repubblica", 04/04/'08; anticipazione di parte del primo capitolo di Miseria dello sviluppo di Piero Bevilacqua))

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